header image
 

colando a picco nell’allegria del ferragosto

Mi sembra che le cose stiano andando proprio così: viviamo in un Paese che cade a picco, incurante di tutto, imbolsito ed impantanato nell’allegria forzata e platinata del ferragosto. Si diffondono ovunque nuove sagre di paese: gnocchi, maccheroncini, tagliate, pizze e frittelle. Importante è che tutto sia condito con l’immancabile comico nostrano, con i sosia di Renato Zero e Adriano Celentano che vagano ininterrottamente lungo le nostre coste e con qualche improbabile saggio canoro o tersicoreo di una scuola locale. La gente accorre, mangia, beve e satolla assorbe allo stesso modo un’imitazione improbabile, un cigno fucilato tramite Tchaikovsky o un’esibizione di aspiranti miss. Nel frattempo precipitano le borse, la BCE ci sta commissariando, esplode un decreto a sorpresa e mentre gli speculatori guadagnano il nostro Paese cade a picco. In tutto questo intravedo una possibilità positiva: ora che tutto sta precipitando, qualcuno si tirerà su le maniche davvero per mettere mano a delle riforme per questo Paese, si deciderà su cosa puntare e cosa tagliare, si prenderanno delle decisioni sui settori in cui investire. Invece no. La classe politica da una parte sforbicia ad occhi chiusi, da un’altra si ritira in litigiose riunioni per proporre -quando?!- un contro-decreto. La classe intellettuale del nostro Paese…dov’è? Non s’indigna, non si lamenta, non propone, non parla. Forse perchè ha la bocca piena, è anche lei finita ad ingozzarsi alla sagra di paese.

se la dai a tutti non sei nessuno

VermeerAnche parlare per slogan può aiutare, in questo momento, in questo Paese. Provo a parlare alle donne, o almeno alle femmine. Cerca di capire, se la dai a tutti non sei nessuno. Pensaci. Ripetila a te stessa, come un mantra, come un training autogeno. Scrivilo sull’agenda, non l’8 marzo, ma tutti i giorni. Se la dai a tutti non sei nessuno. Non guardarmi torvo. Non pensare che io sia una bacchettona moralista, una cattolica con cilicio modello Binetti, una post-vetero-femminista sessantottina. Sono solo una femmina della tua stessa specie, e con una bella esperienza in fatto di uomini, perché ne ho amati, odiati, ci lavoro molto assieme, e li osservo, o meglio, li tengo sotto osservazione. E sono sempre più convinta che se la dai a tutti non sei nessuno. Bada, questo mantra non è un monito contro la prostituzione. Le prostitute non la danno a tutti, ma a clienti paganti. E’ un contratto –su cui si può ovviamente discutere- ma c’è una prestazione ed un prezzo. Inoltre, quello è un mestiere per cui ci vorrebbe anche un po’ di vocazione.

Invece a te, come a tutte noi, sta arrivando il messaggio, dai media, dai colleghi, a volte persino dai genitori, che darla a tutti ti faciliterà la vita. La dai al professore che ha 30 anni più di te per un 30 e lode senza studiare, la dai al selezionatore di vallette per ottenere un posto di lavoro ben retribuito senza sforzarti più di tanto, la dai al tuo primo superiore perché parli bene di te al grande capo, la dai al fidanzato perché magari questa volta ti và a te, di darla via. Alla fin fine, hai ottenuto un 30 e lode, un posto da valletta, una promozione, ma non perché sei brava, intelligente, preparata. Ti dico di più, nemmeno perché sei bella. E’ solo perché l’hai data. Se tu non fossi stata disponibile a dare una prova di così grande generosità del tuo corpo, ti assicuro che una cento volte più cozza di te avrebbe ottenuto, con la medesima strategia, lo stesso risultato. E cosa avresti pensato? “Quella non è più brava di me, non è più bella di me…e mi è passata avanti: solo perché l’ha data”. E sai cosa significa questo? Che qualsiasi risultato otterrà questa persona, non sarà mai perché poi ha dimostrato di essere brava, ha cercato di diventare bella, ha studiato per formarsi una preparazione. Sarà sempre perché l’ha data via, generosamente e scioccamente, come chi sa di non essere nessuno.

C’è un aspetto su cui voglio farti riflettere. Se la dai a tutti, non significa che sei padrona del tuo corpo, ma schiava di esso. Darla a tutti non significa scegliere di darla a tutti, ma scegliere di non scegliere a chi darla. Non nasconderti dietro l’angolo, dicendo che la dai a chi è potente, ti rende ricca e ti dà una posizione. Quando scegli questa strada, sai bene che dietro il potente ci sarà il braccio destro del potente – a cui la darai, perché devi- e poi l‘aiuto del braccio destro –e anche qui, non puoi sottrarti- e così via. Non sei una favorita del re. Sei solo una che se inizia a voler far carriera così, finirà per doverla dare a tutti. Non sto a ricordarti che questo gioco dura poco, perché sei una donna e la biologia ed i suoi tempi li senti addosso ogni luna che passa.

Fin qui solo moniti, preoccupazioni, rimproveri. Ma ti avevo detto di non essere una bacchettona, una moralista, una sessuofoba. E per questo ti voglio spiegare che non darla a tutti ti rende qualcuno e ti rende felice. Se sei padrona del tuo corpo, la tua libertà è nello stare con chi ami, con chi ti piace, con chi scambierà con te qualcosa che non siano solo soldi e liquidi fisiologici. Se non scegli di fare carriera con il tuo corpo, significa che potrai condividere il talamo con il collega che ti piace ed irridere le avances del tuo orrido capo dal culo flaccido, perché a lui le tue abilità sono comunque indispensabili, e deve rispettare la tua libertà, la tua dignità. Quando inizierai ad avere le prime rughe, a non essere totalmente incurante della forza di gravità, non sarai irrisa e abbandonata dalla moltitudine di uomini che prima ti apprezzavano, ma sarai circondata da persone che continuano a vedere sempre te stessa e a dirti persino che quella ruga attorno agli occhi ti sta bene.

C’è un’ultima cosa, un segreto. Le donne che non si concedono a tutti, che non scelgono la strada più facile, che non pensano di possedere un tesoro a breve scadenza da sfruttare al massimo e al più presto,  hanno una miriade di pensieri nella testa. Pensieri belli e brutti, sogni che devono diventare progetti, progetti che sanno scontrarsi con la realtà, desideri e paure da vivisezionare minuto per minuto. Tutto questo caleidoscopio di idee e di affetti lo sbirci nei loro occhi che sanno brillare come nessun diamante potrebbe, lo trovi in un incedere frettoloso ma sensuale, lo soppesi in un sorriso pensieroso, lo indovini nel loro profumo. Quella, cara lettrice, si chiama bellezza.

Domenica, sciarpa bianca, scendi in piazza con noi.

La rinascita delle donne

uno-splendido-ritratto-di-monica-vitti-148063Una bella poesia di Diego Cugia.

Più dei tramonti, più del volo di un airone, la cosa meravigliosa
in assoluto è una donna in rinascita.
Quando si rimette in piedi dopo la catastrofe, dopo la caduta.
Che uno dice: è finita. No, finita mai, per una donna.
Una donna si rialza sempre, anche quando non ci crede,
anche se non vuole.
Non parlo solo dei dolori immensi, di quelle ferite da mina anti-uomo
che ti fa la morte o la malattia.
Parlo di te, che questo periodo non finisce più, che ti stai
giocando l’esistenza in un lavoro difficile, che ogni mattina
è un esame, peggio che a scuola.
Te, implacabile arbitro di te stessa, che da come il tuo capo ti guarderà deciderai se sei all’altezza o se ti devi condannare.
Così ogni giorno, e questo noviziato non finisce mai.
E sei tu che lo fai durare.
Oppure parlo di te, che hai paura anche solo di dormirci,con un uomo; che sei terrorizzata che una storia ti tolga l’aria,che nonflirti con nessuno perché hai il terrore che qualcunos’infiltri nella tua vita.
Peggio: se ci rimani presa in mezzo tu, poi soffri come un cane.
Sei stanca: c’è sempre qualcuno con cui ti devi giustificare,
che ti vuole cambiare, o che devi cambiare tu per tenertelo stretto.
Così ti stai coltivando la solitudine dentro casa.
Eppure te la racconti, te lo dici anche quando parli con le altre:”Io sto bene così”.
“Sto bene così”, “Sto meglio così”. E il cielo si abbassa di un altro palmo.
Oppure con quel ragazzo ci sei andata a vivere, ci hai abitato
Natali e Pasque.
In quell’uomo ci hai buttato dentro l’anima; ed è passato
tanto tempo, e ce ne hai buttata talmente tanta
di anima, che un giorno cominci a cercarti dentro lo specchio perché non sai più chi sei diventata.
Comunque sia andata, ora sei qui e so che c’è stato un momento
che hai guardato giù e avevi i piedi nel cemento.
Dovunque fossi, ci stavi stretta: nella tua storia, nel tuo
lavoro, nella tua solitudine. Ed è stata crisi. E hai pianto.
Dio quanto piangete!
Avete una sorgente d’acqua nello stomaco. Hai pianto mentre
camminavi in una strada affollata, alla fermata della metro,
sul motorino.
Così, improvvisamente. Non potevi trattenerlo.
E quella notte che hai preso la macchina e hai guidato per ore,
perché l’aria buia ti asciugasse le guance? E poi hai scavato, hai parlato.
Quanto parlate, ragazze!
Lacrime e parole. Per capire, per tirare fuori una radice lunga
sei metri che dia un senso al tuo dolore.”Perché faccio così?
Com’è che ripeto sempre lo stesso schema? Sono forse pazza?” Se lo sono chiesto tutte.
E allora vai giù con la ruspa dentro alla tua storia, a due,
a quattro mani, e saltano fuori migliaia di tasselli.
Un puzzle inestricabile. Ecco, è qui che inizia tutto.
Non lo sapevi? È da quel grande fegato che ti ci vuole
per guardarti così, scomposta in mille coriandoli, che ricomincerai.
Perché una donna ricomincia comunque, ha dentro un istinto
che la trascinerà sempre avanti.
Ti servirà una strategia, dovrai inventarti una nuova forma
per la tua nuova te.
Perché ti è toccato di conoscerti di nuovo, di presentarti
a te stessa.
Non puoi più essere quella di prima. Prima della ruspa.
Non ti entusiasma? Ti avvincerà lentamente.
Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la prima volta,
è come un diesel.
Parte piano, bisogna insistere. Ma quando va, va in corsa.
E’ un’avventura, ricostruire se stesse. La più grande.
Non importa da dove cominci, se dalla casa, dal colore
delle tende o dal taglio di capelli.
Vi ho sempre adorato, donne in rinascita, per questo
meraviglioso modo di gridare al mondo “sono nuova”,
con una gonna a fiori o con un fresco ricciolo biondo.
Perché tutti devono vedere e capire: “Attenti: il cantiere
è aperto. Stiamo lavorando anche per voi. Ma soprattutto
per noi stesse”.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita
è la più grande meraviglia. Per chi la incontra e per se stessa.
”È la primavera a novembre. Quando meno te l’aspetti.”

senza bavaglio

Apprendo con un certo divertimento delle leggi che metteranno in crisi non solo i giornalisti, ma anche i blogger senza peli sulla lingua. Immagino che stavolta potrei anche passarmela male e se mi multeranno con cifre astronomiche, sarà la volta buona per non migrare, ma proprio fuggire all’estero.

berlusconi-tronfio1Uno dei dubbi più scomodi che mi è venuto negli ultimi tempi è questo: possibile che il nostro presidente del consiglio rischi di far cadere il governo per evitare di essere intercettato per le sue piccole nefandezze? Possibile che rischi di annullare l’efficacia della lotta alla mafia pur di non svelare i suoi piccoli altarini? E se le domande da farsi non fossero queste? E se invece si volesse dare un colpo così forte alle intercettazioni non per coprire le marachelle del presidente del consiglio ed incidentalmente danneggiare la lotta alla mafia, ma viceversa? Se il provvedimento contro le intercettazioni fosse pensato ad hoc per annientare la lotta alla mafia, prima di tutto?

Ma questi sono solo interrogativi, che mi vengono alla mente solo perchè il presidente del consiglio aveva un certo stalliere ad Arcore, che è stato “un eroe”.

cosa si può fare

Cosa si può fare in un Paese come questo, in un momento come questo, in un’età come la mia?! Guardare innanzitutto la situazione con lucidità e senso critico. Il Paese Italia è un Paese in grave crisi economica ed in gravissima crisi sociale. Le divergenze fra ceti ricchi e ceti poveri aumentano, la classe media, quasi a seguire irrimediabilmente le mezze stagioni, sparisce. Quel che è peggio è che sono i ceti più poveri ad avere su di sè il maggiore peso della tassazione. I grandi ricchi hanno grandi mezzi e grandi commercialisti che aiutano grandi evasioni. I grandi politici non se ne preoccupano, perchè sono gli evasori i loro grandi elettori.

dialogo 

Eppure non credo che possiamo imputare tutte le colpe della crisi del nostro Paese alla classe politica. Le colpe di chi ci ha reso un Paese arretratissimo rispetto agli altri Paesi europei sono da rintracciare in ogni ambiente. Se i giovani non riescono ad accedere a lavori decenti, per retribuzione e/o per durata dei contratti, la colpa non è semplicemente dell’imprenditore, ma anche di chi nei decenni scorsi ha conservato un posto di lavoro sebbene facesse di tutto per lavorare il meno possibile. La colpa di questa serrata sul lavoro è anche di quei sindacalisti che difendevano a spada tratta anche i lavoratori inadempienti, ed ora ignorano la voce dei trentenni che lavorano a contratti mensili per paghe da fame. La colpa della crisi dell’industria non è solo di una tassazione sul lavoro troppo alta, del costo della manodopera. La colpa è anche di imprenditori inefficienti, che hanno rilevato l’azienda di famiglia e l’hanno gestita in prima persona pur non avendo le capacità, nè tecniche, nè gestionali, per farlo.  La scuola e l’università sono ridotte al collasso. La colpa è di docenti incapaci e di baroni nepotisti? In alcuni casi, ci sono anche tali responsabilità. Ma c’è la colpa di tanti governi che hanno sempre e solo tagliato sui fondi, senza inserire alcun percorso virtuoso e/o di controllo. Se i baroni hanno avuto tanta responsabilità, perchè nei nuovi concorsi universitari in commissione ci saranno solo gli ordinari, dunque i baroni?!  Ci si lamenta che in Italia non si fanno figli. Ma come si fa a fare un figlio senza un lavoro? Io ho fatto un figlio da precaria sposata ad un precario. Se non ci fosse stata la mia famiglia d’origine, non ce l’avrei fatta a far vivere decentemente mia figlia. Il Paese Italia non mi ha dato un centesimo per la mia scelta coraggiosa.

Ecco, mi piacerebbe che gli italiani guardassero a quel che sta loro intorno ragionando. Vedendo la copertina, sfogliando le pagine, e cercando di  immaginare cosa c’è dietro ogni pagina. Non che mi piacerebbe che le varie analisi somigliassero alla mia, ma mi piacerebbe che ci fossero tante analisi diverse. Mi piacerebbe che qualcuno mi dicesse “No, Bianca, hai torto. Questa situazione non è come la vedi tu, per questo e quest’altro ancora. Ripensaci, rifletti”. Invece no. Invece mi sento dire “meglio non pensarci, se ci pensi tanto non puoi fare niente e ti senti male” oppure “eh, ma tu sei troppo negativa”, oppure niente.  Cosa si può fare, se è così difficile persino avere degli interlocutori?

Non basta

Lucio-Dalla-e-Francesco-De-GregoriSarebbe da venirti a prendere

e portarti a ballare

se non l’avessimo già fatto

e se non avessimo da fare

ci vuole orecchio e pazienza

per questa piccola voce

muscoli e competenza

anche per portar la croce (…)

ma saper vivere non basta e non basta saper cantare (…)

ci vuole tempo e pazienza

per imparare il dolore

lacrime e competenza

per impastare l’amore (…)

Da “Non basta saper cantare“, recente regalo del nostro Francesco De Gregori


una vecchia collana

cassettoNel cassetto della scrivania stamattina ho ritrovato una vecchia collana che non mettevo da diversi anni. E’ una collana artigianale, fatta di un materiale simile a terracotta, dipinta effetto mat di un colore fra il lilla e il viola, perfettamente intonato alla maglia che indossavo. La collana è fatta di pezzi quasi appuntiti, degli spuntoni arrotondati sul fondo e legati l’uno con l’altro con uno spago.  Addosso è piuttosto vistosa e ricordo di averla messa pochissime volte. Oggi però la indossavo e mi sembrava perfetta per me, e allora ho ripensato alla sua storia. L’avevo comperata a Bologna, quando ero andata alla “Fabbrica del Programma” dell’allora “aspirante governo Prodi”. Nel pomeriggio avevamo fatto un giro in centro e un po’ prima di andare ad incontrare il Nettuno, c’era in una traversa questa bancarella con un artigiano che faceva tutti questi gioielli, l’uno diverso dall’altro, coloratissimi e dalle forme più strane. Mi ricordo che ero stata molto attratta da tutta la chincaglieria -da vero esemplare di femmina…- e se lì per lì ero molto indecisa su quale provare, poi l’artigiano mi invitò a non limitarmi a guardarle, ma a provarle addosso. E così ovviamente ne provai tantissime ed ero tanto indecisa: una mi piaceva, ma addosso non mi rendeva bene, l’altra era perfetta addosso, ma non mi sembrava niente di originale…Mi stupii del fatto che mentre il mio ancora in fieri marito iniziava a stancarsi, l’artigiano ci guardava niente affatto turbato dal fatto che mi stavo provando una dopo l’altra tutte le sue creazioni.

-Non ti preoccupare -mi disse- mettici il tempo che vuoi. Perchè non devi trovare una che ti piace, ma devi trovare la tua, quella che ti assomiglia. Per questo non faccio mai due collane una uguale all’altra-.

Ecco, oggi, dopo vari anni, mi è tornata perfettamente alla mente questa piccola storia, e forse ho capito che è il momento di indossare qualcosa con gli spuntoni, ma arrotondati, e che sia ben visibile e ben colorato. Forse in questi anni ci sono stati molti colori di mezzo, e perle di legno e di lago, e ciondoli dorati e gemme colorate, ma oggi è il momento di una collana che quando me la tolgo e la tengo in mano sento ancora forte il mio calore. Penso che sia per questo che, nonostante non mi piaccia l’attaccamento alla materialità, sono così perennemente e strettamente legata agli oggetti che mi appartengono e che ho scelto. Ognuno di questi oggetti è legato ad una storia e ad ogni storia sono legati frammenti di frasi, colori, ricordi, pensieri che se non erano serviti ieri, sicuramente serviranno domani.

Nel cassetto della scrivania, avevo dimenticato la mia collana.

qualcosa che vorrei

calla1Come mi rammenta Franco Battiato e mi saliva nelle corde vocali un post fa, i desideri non invecchiano quasi mai con l’età. Eppure, la lista delle cose che vorrei, mi sembra allungarsi, con l’età…

Vorrei viaggiare in autostrada senza pioggia, vorrei un succo di frutta all’ananas mentre mi dispero cercando una soluzione lavorativa, vorrei una soluzione lavorativa decente, vorrei non dovermi chiedere ogni giorno se veramente voglio fare quello che faccio, vorrei tornare a casa e trovare la tavola apparecchiata e la cena pronta, vorrei che non ci fosse sempre un problema a sussurrarmi nell’orecchio mentre cerco di prendere sonno, vorrei assottigliare il mio punto vita e non avere più bisogno di depilarmi, vorrei degli occhi scintillanti che non lascino trasparire i miei pensieri grigi, vorrei saper ridere di chi mi maltratta, vorrei saper cantare come Annie Lennox e duettare con De Gregori, vorrei avere da recitare una parte solo su un palcoscenico, vorrei ballare un tango con Pablo Veron, vorrei riuscire a concludere qualcosa d’importante, vorrei avere il tempo e la pazienza di leggere l’Ulisse di Joyce, vorrei abbronzarmi in mezzora, vorrei farmi capire da tutti quando parlo e farmi capire da chi amo senza parlare, vorrei avere la maschera giusta per la giusta occasione, vorrei non offendermi per chi non ha capito niente di me, vorrei dimenticare chi mi dimentica, vorrei saper dire che non posso aspettare troppo, vorrei essere perdonata di quello che non ho capito essere un errore, vorrei riuscire ad essere quello che vorrei essere.

nuova casa

Nuova casa per il blog. Tiscali passa a WordPress e cambiamo grafica, selezioniamo i commenti, mettiamo sulla porta un nuovo videocitofono insomma.

Cosa cambia e cosa resta? E’ cambiato molto, dentro e fuori la padrona di casa del blog. Una famiglia che cresce, i capelli che imbiancano, i lavori che cambiano, ma soprattutto i desideri -non invecchiano quasi mai con l’età- e i progetti per il giorno a venire. Sono stati tempi densi, in ogni caso, in cui ho lasciato le mie dita riposare, preferendo sfogliare le vite altrui, piuttosto che digitare la mia. Oggi prometto a me, Bianca, quella che dentro cova ancora mille e più colori, di riprendere questo appuntamento, di ricominciare a scrivere, se non per i miei 4 vecchi lettori, almeno per me.

Ad maiora.059

ho perso il mio corpo

Si ha semplicemente la sensazione di aver perso il proprio corpo, vedendo questo documentario. Per chi come me frequenta assai poco la televisione, ed in particolare la televisione "commerciale", vedere come il corpo femminile sia utilizzato nella nostra società contemporanea è assolutamente sconcertante. Probabilmente chi pigramente si abbandona frequentemente alla visione distratta della tv, non sarà così colpito come lo sono stata io, ma probabilmente lo stesso documentario, visto 2-3 anni fa, gli avrebbe fatto un certo effetto. Dalla "velinizzazione" delle donne in tv, siamo passati all’autentico spudorato utilizzo del corpo femminile come fosse una merce. Il corpo delle donne viene usato per pubblicizzare: abiti, acconciature, plastiche, riduzioni chirurgiche, lifting e botulino. Il corpo delle donne viene usato per distrarre: da tematiche culturali, politiche e contemporaneità. Il corpo delle donne viene usato per sedurre: uomini più o meno giovani, ma anche le donne stesse, conducendole ad un’emulazione spesso impossibile. Il corpo delle donne viene usato perchè, mi viene in mente, in mancanza di qualsiasi altra cosa da utilizzare. In mancanza di fantasia, arte, cultura, intelligenza, conoscenza, inventiva e sapere, si ricorre al corpo delle donne, da vendere e per vendere. In questa situazione avverto di perdere il mio corpo, e voi, come fate, tutte voi, a rimanere tranquille ed in silenzio di fronte a tutto questo? 

Prosegui la lettura ‘ho perso il mio corpo’